Quando Pier Paolo demolì Dario Fo

Elogi corali alla scomparsa del drammaturgo lombardo. Ma negli anni ’70 Pasolini ne ricordò il passato di «ex repubblichino» e lo definì «peste del teatro italiano»

Quando Pier Paolo demolì Dario Fo

Dario Fo se n’è andato via all’età di 90 anni. E il suo, come ha detto il figlio Jacopo, «è stato un gran finale». Grandezza, appunto, genialità, insuperabilità sono state le categorie secondo le quali ne è stata coralmente declinata la vicenda umana e artistica. A essere esaltati, in particolare, l’impegno per gli umili e l’opera di drammaturgo. Perché, come ha dichiarato Moni Ovadia, «Dario Fo non solo faceva teatro, ma era teatro». Eppure, è proprio su quest’ultimo aspetto che non sono mancate per l’addietro serie riserve.

Non ci si riferisce a Oriana Fallaci, su cui grava oramai una damnatio generalizzata. Ma piuttosto a uno scrittore, anche lui Premio Nobel per la Letteratura, quale il peruviano Manuel Jorge Vargas Llosa che ne La civiltà dello spettacolo (Einaudi, 2013) ha affermato: «Questa nostra epoca, conforme all’inflessibile pressione della cultura dominante, che preferisce l’ingegno all’intelligenza, l’immagine all’idea, lo humour alla serietà, la banalità alla complessità e il frivolo alla profondità ormai non produce talenti come Ingmar Bergman, Luchino Visconti o Luis Buñuel. Chi è l’icona del cinema del nostro tempo? Woody Allen, che è, rispetto a David Lean o Orson Welles, quello che è nel teatro Dario Fo rispetto a Cechov o Ibsen».

Ma è stato soprattutto un letterato italiano, e di calibro, ad aver sparato a zero sulla produzione drammaturgica di Fo, di cui non poté vedere – in quanto morto nel 1975 – l’assegnazione dell’onorificenza svedese. Si tratta di Pier Paolo Pasolini, cui l’artista di Sangiano non risparmiò a sua volta giudizi impietosi. C’è l’imbarazzo della scelta. Basti qui ricordare l’affermazione rilasciata nel 1973 a Chiara Valentini: «Oggi con film come Boccaccio e I racconti di Canterbury è uno dei registi più lodati dall’”Unità”. Il suo discorso è quello della borghesia reazionaria, che fa dell’ironia sulla rivolta popolare dei Ciompi, che si diverte a vedere gli studenti che mettono nel sacco quei poveri stupidi dei contadini. E, per far passare questa merce politica, Pasolini ci mette dentro della pornografia gratuita, dell’erotismo finto, artificioso. Siamo a livello dei fumettari zozzi, altro che lotta di classe». O quella a Felix Cossolo nel 1986, quando disse tout court: «Pasolini è uno di quelli che ha concorso all’equivocità dell’essere se stessi sia nel cinema che nel teatro. Pasolini era poi maschista verso gli omosessuali. Lui è sempre stato un maschista greve, era uno che trattava i ragazzini come un commendatore tratta la ragazzina da scoparsi per diecimila lire». Era proprio il teatro pasoliniano a dare sui nervi a Fo, che lo liquidava quale mera letteratura. Senza considerare, però, che Pasolini continua a essere l’autore più rappresentato in Europa dopo Pirandello.

Tornando in ogni caso al giudizio dell’intellettuale bolognese, ecco cosa scrisse sulla drammaturgia di Dario Fo nell’introduzione alla tragedia Bestia da stile (1965-1974): «L’Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c’è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra: soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra. Il teatro italiano, in questo contesto (in cui l’ufficialità è la protesta), si trova certo culturalmente al limite più basso. Il vecchio teatro tradizionale è sempre più ributtante. Il teatro nuovo – che in altro non consiste che nel lungo marcire del modello del «Living Theatre» (escludendo Carmelo Bene, autonomo e originale) – è riuscito a divenire altrettanto ributtante che il teatro tradizionale. È la feccia della neoavanguardia e del ’68. Sì, siamo ancora lì: con in più il rigurgito della restaurazione strisciante. Il conformismo di sinistra. Quanto all’ex repubblichino Dario Fo, non si può immaginare niente di più brutto dei suoi testi scritti. Della sua audiovisività e dei suoi mille spettatori (sia pure in carne e ossa) non può evidentemente importarmene nulla. Tutto il resto, Strehler, Ronconi, Visconti, è pura gestualità, materia da rotocalco. È naturale che in un simile quadro il mio teatro non venga neanche percepito. Cosa che (lo confesso) mi riempie di una impotente indignazione, visto che i Pilati (i critici letterari) mi rimandano agli Erodi (i critici teatrali) in una Gerusalemme di cui mi auguro che non rimanga presto pietra su pietra».

All’indomani dell’arresto del drammaturgo a Sassari (10 novembre 1973) Pasolini ebbe a dichiarare in un’intervista a Chiara Valentini – comparsa il 22 di quel mese su Panorama col titolo “Pum pum! Il questore” –: «La mia opinione su Dario Fo e i suoi lavori è talmente negativa che mi rifiuto di parlarne. Fo è una specie di peste del teatro italiano».

Su quello che può apparire un giudizio livoroso è necessaria leggere l’acuta analisi fattane da Giona Tucciniche permette di cogliere, in pari tempo, quanto fosse infondato e quasi superficiale l’accomunamento (avanzato da Fo) delle istanze pasoliniane a quelle della “borghesia reazionaria”: «Per Pasolini bisogna impossessarsi del mondo conservatore per renderlo, sulla scena, nero come un accidente, complicato, incomprensibile allo stesso pubblico borghese a teatro (non grazie all’ausilio del linguaggio dialettale, caricaturale o inventato, bensì mediante una problematizzazione infernale della situazione. Pasolini […] dà della peste a Fo perché, con il proposito di appellarsi alle masse – spettacolarizzando una lotta di classe assurda dacché non esiste più alcuna differenza tra vittima e carnefice, borghese e proletario, padre e figlio, si ritrova a rinsanguare quella corruzione e quella violenza, che lo scrittore di Casarsa imputò alla “discesa dei barbari”, a quei figli di papà che altro non sono che il prodotto del potere stesso».

Scomparso adesso anche l’artista lombardo, c’è da immaginare che si sia ritrovato col suo antagonista d’un tempo nel “mistero buffo” ultramondano. Magari a polemizzare ancora tra un grammelot e una battuta in furlan.

  • marco bussoletti

    Bell’articolo, del tutto originale e fresco nel taglio critico….ottimo !

  • Francesco Lepore

    Grazie di cuore, Marco.