Cinema, apocalisse in famiglia

È solo la fine del mondo: l’ultima pellicola del regista, attore e sceneggiatore gay canadese Xavier Dolan

Cinema, apocalisse in famiglia

di Marco Albertini

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È in uscita il 7 dicembre, distribuita nelle sale cinematografiche in Italia da Lucky Red, È solo la fine del mondo, l’ultima pellicola del regista, attore e sceneggiatore gay canadese Xavier Dolan, presentata all’ultimo Festival di Cannes, dove ha vinto il Gran Premio della giuria. Come già aveva fatto con Tom à la ferme, basato sull’omonima rappresentazione scritta dal quebecchese Michel Marc Bouchard, per questo film Dolan non si basa su una sua sceneggiatura originale, ma su un dramma di Jean Luc Lagarce, scrittore teatrale di avanguardia tra i più prolifici di Francia, morto di AIDS nel 1995 a soli 38 anni e che attualmente risulta essere il più recitato nel suo paese dopo Molière.

Louis, un giovane trentenne scrittore di successo, torna a casa dopo dodici anni con l’intenzione di rivelare la propria morte imminente alla famiglia, dalla quale è fuggito e ha mantenuto un sostanziale lungo silenzio interrotto da sporadici invii di cartoline e biglietti di auguri per compleanni e feste comandate. Arriva una domenica per il pranzo e la madre vedova per festeggiare l’evento invita l’irascibile fratello maggiore con la sprovveduta moglie. Chiude il gruppo la frustrata sorella minore che praticamente non lo ha mai visto perché troppo piccola quando lui andò via, e che lo ha fortemente mitizzato.

Ognuno di questi personaggi, a modo suo, ama Louis e lo venera per la sua fama per questi motivi da lui si aspetta qualcosa in cambio. Creando continua confusione, parlano di tutto e non affrontano il motivo per cui è tornato a casa, non si rendono conto di quello che sta per accadere, ma sentono la terra franare sotto i piedi e ne sono spaventati. Louis, dal canto suo, restando impassibile e distaccato, rimanda la dichiarazione e si rifugia costantemente in un altro mondo, sfuggendo alle sollecitazioni e a responsabilità che non riconosce o accetta quando gli sono addossate. Il suo semplice esserci provocherà un terremoto di emozioni e soprattutto di risentimenti, in un microcosmo di relazioni umane e di vite che nel tempo si erano assestate e adattate a una quotidianità ordinaria e condizionata dalla sua assenza fisica.

Un film così claustrofobico, in cui, salvo pochissime scene i personaggi sono ripresi nell’interno della casa, quasi sempre in primo piano e i dialoghi e i silenzi sovrastano l’immagine, doveva reggersi su un eccezionale talento attoriale. Dolan ha per questo selezionato il meglio del cinema francese contemporaneo: Vincent Cassel, Marion Cotillard, Léa Seydoux, Nathalie Baye con l’unico punto debole in Gaspard Ulliel nella parte di Louis.

L’angoscia che volutamente sale come una marea scena dopo scena è abilmente gestita e stemperata dalla sensibilità pop e camp moderna di Xavier Dolan. Il lungometraggio scorre come un clip musicale (in fondo, se il video per Hallo di Adele da lui diretto ha superato il miliardo e mezzo di visualizzazioni su YouTube un motivo ci sarà). La scelta della colonna sonora è precisa (Home iswhereithurts, casa è dove fa male, della cantante Camille è melanconica al punto giusto da “adesso magari mi taglio le vene” e le musiche originali di Gabriel Yared sono splendide). I dettagli, dall’arredamento ai vestiti, sono di un kitsch che sottolinea un banale gusto medio-borghese, ma fanno sorridere (e alleggeriscono la tensione).

Questo film è difficile e duro, inutile nascondersi dietro un dito, perché la sceneggiatura è incentrata sulla complessità di esprimersi in famiglia, per cui molte persone ci si ritroveranno, magari riaprendo ferite che si pensava o si voleva cicatrizzate. Ci parla della difficoltà di parlarsi e di amare, di capire o voler accettare come le nostre azioni e decisioni possano influenzare gli altri.

Tuttavia nel complesso, come un contrappeso, è anche permeato di una bellezza estetica e trasmette una poetica emotiva che possono lasciare completamente senza fiato.