Referendum, troppi errori pongono fine al governo Renzi

Bocciata la riforma costituzionale con il 59% dei voti, Renzi si dimette. Una vicenda in cui si paga l’errore di aver voluto troppo: a rischio, ora, anche quanto fatto di buono

Referendum, troppi errori pongono fine al governo Renzi

Si ferma questo lunedì’ 5 dicembre la strada della riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Al referendum confermativo atteso da mesi vince il No con oltre 59% dei voti. Renzi, dopo un discorso di ringraziamento ai sostenitori del Si, si è assunto le responsabilità della sconfitta già poco dopo la mezzanotte e ha annunciato le dimissioni.

Una riforma che ha avuto sicuramente il merito di porre delle questioni importanti, dei temi cari a tutta la cittadinanza come il superamento del bicameralismo e la riduzione dei costi della politica. Una riforma che, a detta della maggior parte dei costituzionalisti ed ex presidenti della Consulta, ad esigenze reali rispondeva in maniera troppo approssimativa e superficiale, con una legge che aveva già subito una forte opposizione parlamentare e proponeva un’alterazione dell’equilibrio tra i poteri che è stata evidentemente ritenuta eccessiva dall’elettorato.

Il primo governo Renzi verrà ricordato probabilmente come il governo che ha osato. E, nel caso della riforma, ha probabilmente osato troppo. Renzi lascia un Paese in cui le disuguaglianze sociali ed economiche sono ancora molto evidenti: la situazione è migliore rispetto agli anni più profondi della crisi, ma crescita non vuol dire automaticamente occupazione e redistribuzione della ricchezza. Questa una delle ragioni principali per cui proporsi come riformatore solitario della Carta Costituzionale gli si è rivelato fatale.

Nel caso della riforma costituzionale, Renzi ha subito promosso il referendum confermativo prima ancora dei suoi avversari, i quali, essendo mancata la maggioranza dei due terzi in Parlamento, avevano facoltà di chiederlo. Probabilmente, il suo mandato di Premier, ricevuto da Napolitano nel 2014, nasceva già con un intento riformatore. Tuttavia, chi lo ha consigliato, non si è reso conto di molti fattori. Si trattava del terzo governo nato senza un’elezione popolare alle spalle, una procedura ampiamente prevista dalla Costituzione (si elegge il Parlamento, non il Premier) ma che, specialmente dopo Monti e Letta, costituiva un punto di debolezza sul piano dell’autorevolezza e un’arma in più per le forze avversarie. Oltre a questo, ci si accingeva a scommettere su una squadra giovane e inesperta, a fronteggiare una pesante situazione socio-economica, a governare con una maggioranza mista, ad affrontare le opposizioni da destra a sinistra. Erano compiti già decisamente ardui, che di per sé erano più che sufficienti a rendere faticoso e non scontato il cammino fino al 2018.

Per un governo con simili scommesse di fronte, riformare anche la Costituzione era davvero troppo. Specialmente scegliendo di trasformare il quesito referendario in un giudizio sul proprio operato, ancor prima che sul merito. Dalle amministrative in Italia alle elezioni di mezzo termine americane, è quasi certo che un governo che si sottopone ad una valutazione “in corso d’opera” di quanto sta realizzando, tende a soffrire sensibilmente le urne. E qui, oltre tutto, c’era da cambiare la Costituzione.

Renzi ha affrontato questa sfida come tutte le altre, mettendoci la faccia, ma, in questo caso, la  strategia si è rivelata un errore su tutti i fronti. Sul piano del merito, è innegabile che i temi del bicameralismo e dei costi della politica siano estremamente sentiti dalla cittadinanza. Tuttavia, troppe personalità di estrema competenza hanno bocciato il contenuto della riforma, che soffriva di troppi compromessi figli di una maggioranza estremamente complicata, da Denis Verdini agli ex di Sel passando per Alfano, per intenderci. La personalizzazione è stata fatale a Renzi anche perché è stata evidente, seppure in forme diverse,  già dal dibattito in Parlamento. Dal “se passa il no lascio la politica” a “la riforma non è un giudizio sul governo”, la percezione è stata sempre e comunque quella di un voto su un “processo di modernizzazione del Paese” che suonava come la naturale emanazione della politica di una parte.

La Costituzione, invece, rappresenta le regole del gioco condivise dalla cittadinanza intera;  questa diffusa sensazione di parzialità, già dall’approvazione del provvedimento in aula, è stata un vero e proprio asso nella manica per le opposizioni, che hanno colto la palla al balzo trasformando a loro volta il referendum in un voto contro il governo Renzi e tutto ciò che rappresentava.

Il risultato è chiaro. Renzi ha dalla sua un 40% di consensi che potrà rivendicare come un risultato fortemente legato alla sua persona, un argomento che sicuramente verrà fuori prossimamente. Il discorso del Premier dimissionario, infatti, suona certamente come un arrivederci, non come un ritiro.

La fase che si apre è piena di grandi incertezze. E’ certamente eccessivo parlare di “svolta a destra” o “vittoria del populismo”, come ha fatto certa stampa straniera. Vero è che a gioire e a gonfiarsi di consensi sono soprattutto realtà come la Lega, le destre e il M5S. Quest’ultimo, che non può definirsi una destra, sarà ovviamente indotto a cavalcare l’antirenzismo in ogni sua forma.

Il rischio è che argomenti importanti come le politiche sui migranti o i diritti civili, sui quali il governo Renzi ha mostrato risultati e determinazione (al di là di ogni giudizio sugli esiti), vengano etichettati come “renzismo” dalle opposizioni alimentando un già diffuso clima di intolleranza reazionaria. Decisivo sarà in questo senso l’atteggiamento del M5S, che su questo terreno non ha certamente dimostrato di avere posizioni solide (come ha dimostrato la vicenda sulle unioni civili).

Il PD, al proprio interno, dovrà avviare una profonda riflessione, per mettere fine all’esperienza di collaborazione con i centristi, ricucire la profonda spaccatura provocata da questa campagna referendaria, affrontare le numerose contraddizioni al proprio interno. I temi di cui ci parlano la destra salviniana e il M5S sono reali, parlano il linguaggio di una grande fetta di popolazione in difficoltà che non si sente rappresentata, raccontano di un’Europa profondamente da rivedere. La crisi occupazionale esiste ancora, il cuneo fiscale sul lavoro schiaccia la ripresa, il “segno più” del PIL non è sufficiente, come spesso lo stesso Renzi ha detto, a parlare di miglioramento complessivo della situazione economica degli italiani. Questi temi avranno sicuramente il vento in poppa negli ultimi mesi: per non disperdere quanto fatto di positivo, il campo progressista dovrà attrezzarsi con nuovi strumenti, nuove riflessioni e nuovi argomenti.

La prospettiva del nuovo governo tecnico che si aprirà con la consegna delle dimissioni al presidente della Repubblica Mattarella sarà certamente caratterizzata da un duro scontro politico, in cui chiunque sarà chiamato a gestire quest’ultima parte della legislatura sarà esposto al fuoco incrociato di una campagna elettorale già in atto. Una situazione che, forse, chi oggi rassegna le dimissioni avrebbe potuto evitare.