Se George Michael batteva: l’altra faccia della storia

La retorica degli “eccessi” e quello che non si dice della vita di George Michael, un artista che è anche simbolo di un’epoca di repressione e risveglio delle persone LGBTI

Se George Michael batteva: l’altra faccia della storia

Si susseguono in queste ultime ora le notizie e gli aggiornamenti sulle cause della morte di George Michael, alcune delle quali lasciano pensare ad un arresto cardiaco causato da un’overdose di eroina. Le difficoltà del cantante con l’abuso di sostanze sono state riportate anche dal Telegraph e sembrano ora destinate a riempire pagine di giornale e talk show, inserendosi nel quadro di una vita “spericolata” che è stata già presa di mira da alcuni ambienti social e da una certa stampa conservatrice. “Musica droga e scandali sessuali” titola Libero, mentre Il Giornale parla de “i misteri” della vita del cantante. Una retorica da sesso, droga e rock and roll e da scheletri nell’armadio insomma. Se la stampa conservatrice non si esime da giudizi che emergono chiaramente tra le righe, anche gli altri media tendono a parlare con imbarazzo di alcuni momenti della sua vita, specialmente dell’abuso di sostanze e dell’arresto nel 1998 nel parco di Beverly Hills, per atti osceni in luogo pubblico.

Nel migliore dei casi, anche quando ci si astiene da espressioni giudicanti, raramente si approfondiscono episodi della vita di George Michael che assumono invece un grande significato.

In pochi sanno che quella pratica per cui Michael fu arrestato, nel gergo usato da molti omosessuali, si chiama “battere”. Un espressione che non vuol dire, come si spesso si pensa, prostituirsi, “ma cercare qualcuno che ci sta”.  George Michael ha corso il rischio che intere generazioni di persone omosessuali hanno corso, costrette a vivere nell’ombra più totale la propria identità. Potevano essere i bagni pubblici del parco di Beverly Hills, la macchia mediterranea del litorale di Ostia o i mille autogrill che hanno ospitato e ancora ospitano gli attimi frugali di quella vita inespressa costretta a venir fuori in pochi minuti, al buio e in silenzio. Battere è l’equivalente dell’inglese  to cruise, nel significato di “cercare qualcuno per un incontro sessuale” o rimorchiare.  Dai qui l’espressione cruising che definisce una specifica tipologia di locali e circoli. I luoghi di battuage hanno ospitato personaggi celebri del mondo letterario (gli stessi Pasolini e Mieli), alta borghesia e gente comune, di ogni ceto e fascia sociale: ancora oggi non vi si incontrano solo persone omosessuali, ma anche molti eterosessuali che sperimentano le proprie sfumature, molti dei quali, nella loro eterosessualità, intrattengono rapporti con uomini e con donne trans.

Oggi la situazione è un po’ diversa: esistono i circoli ricreativi e chi fa sesso all’aperto a volte lo sceglie liberamente. Tuttavia, l’universo di ipocrisia che su questi temi ancora ci circonda è ancora molto denso e nebuloso e lo era senz’altro molto di più quando George Michael fu sorpreso nel 1998, mentre cercava (almeno nella versione ufficiale) di rimorchiare un poliziotto in borghese.

Un padre conservatore e una madre che pensava che l’omosessualità fosse una malattia: questa secondo ricostruzioni e testimonianza la situazione familiare dell’artista. Una situazione molto comune negli anni ’70 e ’80, in tutta Europa. Va ricordato, infatti, che l’idea di omosessualità come malattia è stata storicamente un “progresso” culturale, poiché ha consentito, a partire da Freud,  di lasciar spazio ad una lettura secolare e scientifica dell’argomento, che prese lentamente il posto di quella “morale” di matrice religiosa, che aveva dominato per secoli e che determinava il concetto di reato contro natura. L’Europa della musica di George Michael, ad esempio, è quella che decriminalizzava l’omosessualità solo nel 1967 in Inghilterra e Galles, nel 1971 in Austria, nel 1982 in Irlanda del Nord, nel 1983 in Portogallo, nel 1994, dopo varie attenuazioni, in Germania. L’Italia, nonostante fu a volte utilizzato il reato di plagio, non ha mai considerato reato i rapporti tra persone delle stesso sesso (vedi il caso Braibanti)

Considerando questo quadro, quando si parla di eccessi e difficoltà nella vita del cantane inglese, forse sarebbe bene che la narrazione giornalistica inserisse, oltre al semplice coming out (e non outing), parole chiave come tabù, omosessualità, repressione, obbligo di una vita nascosta, sofferenza, coraggio. Le ultime due sopratutto: il coraggio di Michael nel coming out dopo la vicenda del 1998 ha un grande valore, in termini di assunzione di responsabilità e di sfida ad un immaginario eterosessuale che lo vedeva come sex simbol.

Pochi sanno, infine, che nel 2011, il cantante commissionò al regista Tomas Mournian la realizzazione di un documentario dedicati agli adolescenti sopravvissuti all’incubo delle fantomatiche “terapie riparative” dell’omosessualità (Guarda il trailer pubblicato da Gayburg), quelle che ancora, nonostante la pronuncia definitiva dell’OMS nel 1990, vengono sbandierate anche in Italia dai gruppi fondamentalisti e che hanno preteso per decenni di poter curare l’omosessualità a colpi di elettroshock. L’Huffington post statunitense ha pubblicato una bella testimonianza di Mournian, che descrive alcuni ricordi dell’amicizia con l’artista scomparso.

Oltre a tutto quello che ha rappresentato in campo artistico la vita di George Michael può quindi essere considerata, anche, il simbolo di un’epoca di transizione, in cui molti tabù sono caduti e molti altri ne sono venuti a galla. Un simbolo per una generazione di persone costrette a fingere per una vita intera, a rifugiarsi in un parco per pochi secondi di erotismo rubato, a rifugiarsi nell’abuso di sostanze (dove, è bene dirlo, parlare di abuso non significa giudicare il consumo). Un simbolo che, purtroppo, fatica ad essere compreso in questi suoi aspetti, producendo imbarazzi in maniera trasversale e dimostrando ancora l’esistenza di una fortissima ipocrisia, anche di molte persone LGBTI che cercano di rinnegare le ragioni storiche che hanno spinto milioni di persone in determinate situazioni, ragioni che, va ribadito anche se ovvio, non riguardano l’omosessualità in sé, ma il contesto sociale di repressione e ostilità in cui si sviluppa. Ancora oggi, parliamo purtroppo di un vero e proprio scandalo internazionale, specie se pensiamo a tutti quei Paesi, quasi metà dell’assemblea delle Nazioni Unite, che ancora criminalizzano o non si oppongono alla criminalizzazione dell’omosesssualità.

  • Luca Balotelli

    Mi pare proprio che l’ideologismo, anche questa volta, la faccia da padrone. Innanzitutto non è mai stato vero, se non forse nei primi decenni del dopoguerra, che i gay “battevano” questi posti perché costretti alla clandestinità dal pregiudizio. Al contrario proprio come molti etero che vanno a prostitute o fanno sesso in analoghi luogi di incontro clandestino, anche molti dei gay che “battevano” avevano regolare compagno, amici, e magari andavano al mucca. Però magari tornando a casa si fermavano nel parcheggio….si chiama gusto del proibito, è il fascino dell’incontro casuale in luoghi clandestini, la solita solfa sulla società repressiva non c’entra nulla. Questo poi diventa ancora più vero per uno come George Michael che con i milioni che aveva poteva permettersi di andare in qualsiasi luogo della terra e certo non aveva bisogno di battere ai cessi.