Identità di genere, la rettifica anagrafica davanti alla Consulta

Il 25 gennaio 2017 la Corte Costituzionale tornerà a occuparsi di diritto alla modifica dei dati delle persone transgender a prescindere dall’intervento chirurgico di riattribuzione del sesso. Importante appello dell’avvocato Alexander Schuster

Identità di genere, la rettifica anagrafica davanti alla Consulta

di Alessia Bausone

Il diritto all’identità di genere trova fondamento nell’articolo 2 della Costituzione e nell’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Già la Corte Costituzionale, con la sentenza 161/1985, aveva enucleato questo diritto quale elemento costitutivo dell‘identità personale ed era arrivata a concepire il sesso «come dato complesso della personalità determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando, poiché la differenza tra i sessi non è qualitativa, ma quantitativa, il o i fattori dominanti».

Nella predetta decisione la Corte aveva ritenuto essere espressione dei doveri di solidarietà sociale il rispetto del desiderio delle persone transgender di vivere armoniosamente il loro essere in relazione con gli altri anche attraverso la modificazione dei dati anagrafici.

Il “diritto vivente”, ossia la giurisprudenza maggioritaria e consolidata dei vari tribunali italiani, interpretava la normativa di riferimento (costituita dalla legge 164/1982 e, ora, anche dal D.lgs 150/2011) nel senso di negare la rettificazione anagrafica del sesso e del nome della persona trans senza che la stessa abbia prima effettuato un intervento chirurgico demolitorio e/o ricostruttivo dei caratteri sessuali primari (c.d. intervento di riattribuzione chirurgica del sesso).

Il diritto riconosciuto dalla legge 164 alla rettificazione anagrafica, si colloca «nell’alveo di una civiltà giuridica in evoluzione, sempre più attenta ai valori, di libertà e dignità, della persona umana» (Corte Cost., sentenza 161/1985). Per cui, alla luce della predetta evoluzione normativa, anche internazionale, sociale e di approccio medico alla cosiddetta disforia di genere, l’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso è concepibile come uno “strumento di liberazione” di un soggetto da un disagio personale, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psico-fisico.

La prima sezione civile della Cassazione con sentenza n. 15138, depositata in data 20 luglio 2015, ha dato un’interpretazione costituzionalmente e convenzionalmente orientata (si cita la sentenza Y.Y. c. Turchia del 10 marzo 2015) della normativa di riferimento convenendo nella non obbligatorietà del previo intervento chirurgico di riattribuzione di sesso rispetto alla rettificazione anagrafica del sesso e del nome della persona in transizione sessuale che lo richieda «purché la serietà ed univocità del percorso scelto e la compiutezza dell’approdo finale sia accertata, ove necessario, mediante rigorosi accertamenti tecnici in sede giudiziale».

La Corte Costituzionale, con decisione n. 221 del 21 ottobre 2015, ha dichiarato non fondata «nei sensi di cui in motivazione» la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, della legge 14 aprile 1982, n. 164 . In questa sentenza «interpretativa di rigetto», viene affermato che l’intervento chirurgico è, appunto, un’eventualità nel percorso di transizione sessuale della persona e finalizzato al raggiungimento dell’equilibrio psico-fisico.

Tra meno di un mese, il 25 gennaio 2017, la Consulta tornerà ad occuparsi della questione del diritto alla rettificazione anagrafica delle persone transgender a prescindere dall’intervento chirurgico di riattribuzione del sesso.

L’avvocato Alexander Schuster, che da anni si occupa del tema, ritiene «importante capire se i tribunali italiani hanno modificato prassi erronee o se le decisioni (della Consulta e della Cassazione, ndr) sono state mal interpretate, dando luogo a nuove discriminazioni e violazioni dei diritti umani». In realtà sono ancora oggi presenti nei tribunali italiani molteplici storture che negano, di fatto e in concreto, il diritto fondamentale alla identità di genere delle persone trans.

Tra queste Schuster, in uno specifico appello, indica: i provvedimenti che negano la rettificazione perché si è chiesta contestualmente l’autorizzazione all’intervento chirurgico di riattribuzione di sesso; ordinanze che dispongono la consulenza tecnica d’ufficio sempre e comunque; prassi nei quali il giudice istruttore non sente o non fa parlare la persona trans; prassi che impongono il rito ordinario di cognizione anche in assenza di coniuge e figli.

Importante è, quindi, evidenziare ogni aspetto processuale che leda la dignità e i diritti delle persone transgender per far entrare nel merito della questione la Corte Costituzionale e far sancire espressamente l’incostituzionalità di un diritto vivente che si è sedimentato, ma che non risulta essere al passo con i tempi.