La custode del silenzio, l’ultimo libro di Paolo Rodari

Solitudine, quiete, introspezione. Realtà che sembrano estranee all’oggi eppure conservano il loro fascino anche per i non credenti. Pride Online ne ha parlato col giornalista de La Repubblica, autore del volume edito da Einaudi

La custode del silenzio, l’ultimo libro di Paolo Rodari

Classe 1973, il milanese Paolo Rodari è un giornalista noto al grande pubblico. Approdato nel 2013 a La Repubblica, è dal 23 dicembre scorso il vaticanista del quotidiano di Eugenio Scalfari. Autore di numerosi saggi, ha trattato sempre con sensibilità e apertura di vedute le tematiche lgbti in rapporto alle posizioni d’Oltretevere.

L’ultimo suo volume “La custode del silenzio” solleva il velo sulla storia di Antonella Lumini, dipendente part-time della biblioteca nazionale di Firenze e, al tempo stesso, eremita nel suo appartamento a pochi passi dall’Arno. Una vicenda singolare, basata su valori misconosciuti eppure affascinanti come il silenzio e l’introspezione, che sono ben al di là dall’essere esclusivo appannaggio delle diverse forme di spiritualità. Motivo, questo, che spiega bene il perché della pubblicazione per i tipi d’una casa editrice quale la Einaudi, il cui principio ispiratore è dalle origini “la religione della libertà”.

Per saperne di più, Pride Online ne ha parlato con l’autore.

Paolo, com’è nato “La custode del silenzio”?

Nell’estate del 2013 feci per Repubblica un’inchiesta dedicata agli eremiti urbani. Conobbi diversi eremiti, fra cui Antonella Lumini. Mi colpì la sua spiritualità, la sua vita. Compresi che dopo trent’anni di silenzio e solitudine desiderava comunicare la sua esperienza nella consapevolezza che tanti nutrivano la medesima aspirazione. Le proposi la stesura di un libro. Accettò e iniziammo a lavorare.

Qual è nello specifico l’esperienza di Antonella Lumini?

Antonella si definisce una custode del silenzio. A 28 anni sentì un forte richiamo verso una vita di ritiro e solitudine. Cercò la sua strada in giro per il mondo. Ooi in alcuni monasteri. Trovò pace solo nell’abbandono solitario al silenzio. In sostanza, come gli antichi eremiti russi di un tempo, lasciò tutto senza chiedere la benedizione di nessuno, neanche della Chiesa, consapevole che lo Spirito parla laddove non ci sono costrizioni. La sua è una strada al limite, sulla soglia: dentro la Chiesa ma anche ai suoi margini. Una strada percorribile da tutti. Tutti possono dedicare parte delle proprie giornate al silenzio e ascoltare la sua voce. Antonella lo fa quotidianamente. In particolare, all’interno di una specifica stanza della propria casa. Tale vano si chiama pustinia, che in russo significa deserto. Gli antichi pustinnikki erano, appunto, eremiti che lasciavano tutto per vivere di silenzio e solitudine.

Che significato può avere oggi l’esperienza dell’eremitismo?

Oggi tutti corrono e non hanno tempo di fermarsi e guardarsi dentro. L’eremitismo è una luce nel frastuono dei nostri giorni. Dice a tutti che nel silenzio si può trovare se stessi nonché, per chi crede, la voce dello Spirito.

In che cosa il vissuto di Antonella si differenzia dalle antiche forme consimili?

Si avvicina molto alle antiche forme, in particolare al modo di vita dei padri del deserto. Essi andavano in luoghi lontani e tanta gente li raggiungeva per consigli, aiuto. Forse l’unica differenza consiste nel luogo: Antonella vive in città, nel suo appartamento, e non in un ameno e lontano rifugio.

Credi che sia possibile una spiritualità eremitica a-teistica?

Il silenzio è una strada per tutti perché anzitutto è una strada per ascoltare se stessi. Si scopre la verità di sé, anzitutto. Cosa sia questa verità è scoperta personale, che può aprire scenari impensabili. Ognuno può entrare nel silenzio e fare la sua strada.